Archivi categoria: Brescia
“A Maurilia, il viaggiatore è invitato a visitare la città e nello stesso tempo a osservare certe vecchie cartoline illustrate che la rappresentano com’era prima: la stessa identica piazza con una gallina al posto della stazione degli autobus, il chiosco della musica al posto del cavalcavia, due signorine col parasole bianco al posto della fabbrica di esplosivi. Per non deludere gli abitanti occorre che il viaggiatore lodi la città nelle cartoline e la preferisca a quella presente, avendo però cura di contenere il suo rammarico per i cambiamenti entro regole precise: riconoscendo che la magnificenza a prosperità di Maurilia diventata metropoli, se confrontate con la vecchia Maurilia provinciale, non ripagano d’una certa grazia perduta, la quale può tuttavia essere goduta soltanto adesso nella vecchie cartoline, mentre prima, con la Maurilia provinciale sotto gli occhi, di grazioso non ci si vedeva proprio nulla, e men che meno ce lo si vedrebbe oggi, se Maurilia fosse rimasta tale e quale, e che comunque la metropoli ha questa attrattiva in piú, che attraverso ciò che è diventata si può ripensare con nostalgia a quella che era.
Guardatevi dal dir loro che talvolta città diverse si succedono sopra lo stesso suolo e sotto lo stesso nome, nascono e muoiono senza essersi conosciute, incomunicabili tra loro. Alle volte anche i nomi degli abitanti restano uguali, e l’accento delle voci, e perfino i lineamenti delle facce; ma gli dèi che abitano sotto i nomi e sopra i luoghi se ne sono andati senza dir nulla e al loro posto si sono annidati dèi estranei. È vano chiedersi se essi sono migliori o peggiori degli antichi, dato che non esiste tra loro alcun rapporto, cosí come le vecchie cartoline non rappresentano Maurilia com’era, ma un’altra città che per caso si chiamava Maurilia come questa”.
Italo Calvino, Le Città Invisibili.
Dopo l’articolo sulla nascita di Piazza Tebaldo Brusato ci ho un po’ preso gusto a fotografare i muri della Brescia Antica e sono finito in Vicolo Lungo a fare questo altrettanto lungo collage fotografico (si chiamerebbe ortofoto, ma evito per rispetto ai professionisti):
Vicolo Lungo collega vicolo San Clemente con la piazza del Foro, superando un discreto dislivello dovuto a secoli di detriti che sono scesi dal Cidneo a ricoprire templi, colonne e ricordi del passato. Questo lento e inesorabile seppellire non è certo terminato una volta nascoste le vestigia dell’Impero: di per sé sarebbe un processo continuo, ma è chiaro che il colluvio riesce a sedimentare dove e quando non c’è manutenzione, come ad esempio nei primi secoli del Medioevo, quando non c’era più nessuno che potesse (e sapesse) aggiustare strade e fognature. Le vicissitudini delle strade cittadine però continuano sempre, anche in epoche più moderne: un vicolo isolato e chiuso si ricopre presto di erbacce – guardate certi vicoli “privatizzati” da cancelli dalle parti del Carmine, completamente ricoperti di parietaria -, vi si accumulano terra, rifiuti e macerie e ben presto le porte in disuso dei piani terra si “abbassano” sempre più. Poi la città cresce e si evolve, le case crollano o vengono abbattute e le pareti rimaste in piedi vengono riutilizzate per costruire nuovi edifici o per chiudere broli e giardini.
È questo il caso della parete nella foto. Si tratta di un muro di cinta che va dalla Casa del Moretto in Vicolo San Clemente fino all’edificio posto tra i resti del Foro e Casa Palazzi, coprendo la quasi totalità della lunghezza del vicolo. Nel muro sono presenti numerose porte ad arco e finestre ormai tamponate, testimoni di quella rinascita urbanistica che coinvolse Brescia tra l’XI e il XIII Secolo. Con un po’ di immaginazione vi si possono chiaramente distinguere le facciate di quelle che erano abitazioni dei ceti popolari, una sorta di “casette a schiera” ante-litteram. Rimando all’articolo su Piazza Tebaldo Brusato per ulteriori informazioni.
Per saperne di più:
Cortelletti, M., Cervigni, L., 2000. Edilizia residenziale a Brescia tra XI e XIV secolo. in Archeologia dell’Architettura, (V, 2000). Supplemento a «Archeologia Medievale», XXVI, pp. 87-100.
Andenna, G., Rossi, M. (a cura di), 2002. Società bresciana e sviluppi del romanico (XI-XIII secolo). Atti del convegno di Studi. V&P, Brescia.
Il Broletto è il palazzo del potere bresciano per eccellenza: dal Duecento in poi è sempre stato la sede del governo cittadino e dal 1426 la sede dei rettori che amministravano Brescia per conto della Repubblica di Venezia. L’edificio, uno dei più grandi edifici del genere in Europa, è un libro aperto sull’ultimo millennio di storia della nostra città: le varie parti del palazzo (quando non addirittura parti diverse di uno stesso muro o di una singola finestra) sono testimoni di epoche e dominazioni diverse: il periodo Comunale, Berardo Maggi, gli Scaligeri, i Visconti, Pandolfo Malatesta, Venezia, Napoleone fino ad arrivare ai giorni nostri.
Sulle pareti che cingono il cortile maggiore è possibile osservare una nutrita teoria di epigrafi. Sono generalmente di marmo o medolo, disposte senza un ordine preciso, hanno dimensioni diverse e la caratteristica comune di essere state tutte inesorabilmente cancellate. Non uno stemma né un’iscrizione rimangono per farci capire a chi o a cosa si riferissero. Tutto è stato scalpellato via con grande precisione. Persino l’iscrizione sul portico che ora è sede della Provincia è cancellata, sostituita con un più conciso e neutro “Palazzo del Governo”.
Considerando la posizione e lo stile di quelle del Broletto, è facile ricollegare queste iscrizioni al lungo dominio veneto. Ma che cosa è successo esattamente? Chi le ha fatte cancellare, e perché? Il pensiero corre subito alla pratica della damnatio memoriae, che durante l’epoca Romana prima e medioevale poi veniva utilizzata per cancellare il ricordo di un nemico, di un condannato postumo o del precedente signore locale inviso a quello nuovo, cancellandone il nome (deletio nominis) e distruggendone stemmi e simboli.
Sfogliando le pagine dei libri di storia bresciana si scopre abbastanza rapidamente che questa in realtà non è opera di un’unica volontà distruttrice né di un uso consolidato nel tempo, ma è il risultato di due eventi diversi e dalle diverse finalità.
Il primo risale al 4 marzo del 1692. In questa data, il Veneto Serenissimo Governo emise una delibera secondo la quale si dovevano “abbollire quelle pietre sopra le quali [...] si vedevano eloggi ed inscritioni in lode de’ rappresentanti passati”. Già l’anno precedente il Senato veneto aveva deciso di rimuovere dalle città suddite tutte le iscrizioni che ricordavano la gloria dei podestà veneziani, probabilmente con l’intenzione di contrastare un’eventuale deriva autocelebrativa dei singoli rettori, malvista da Venezia e che tra l’altro avrebbe potuto aumentare i mugugni e il malcontento locale.

Nonostante la cancellazione, è possibile ancora distinguere la sagoma del Leone di San Marco in questa lapide posta nell'androne dell'ingresso occidentale del Broletto.
Il secondo evento avverrà un secolo più tardi, nel marzo del 1797. I giacobini bresciani, sull’onda dell’arrivo di Napoleone in Italia, vogliono liberarsi dell’ormai morente dominio veneto e cospirano per la sua caduta. Sono quasi tutti borghesi, ispirati dagli ideali della Rivoluzione Francese, oppure membri delle litigiosissime famiglie nobili bresciane, stanchi di non poter governare nella propria città o, poverini, di non poter esercitare i propri soprusi senza essere continuamente condannati o cacciati dai veneziani.
Il 18 marzo, un colpo di cannone sparato da Porta S. Nazaro dà il segnale: una ventina di giacobini, guidati da Giuseppe Lechi, occupa senza difficoltà il Broletto e proclama l’indipendenza della città in presenza del provveditore straordinario Francesco Battaggia, che partirà di lí a poco col suo presidio. Nasce così la breve Repubblica Bresciana, che come sappiamo finirà presto fagocitata dall’Impero Napoleonico. Il giorno successivo viene abbattuta la colonna veneta in piazza Loggia e vengono scalpellati via tutti i leoni di San Marco dalle pareti del Broletto. In questo caso, quindi, l’intento è quello più classico della damnatio memoriae nei confronti dei dominatori appena cacciati. O forse “la damnatio memoriae [...] rovescia in qualche modo paradossalmente il valore della pena, trasformando inevitabilmente l’epigrafe in una memoria damnationis, rafforzando il ricordo e non imponendo l’oblio, colpendo la rappresentazione della memoria e non la memoria stessa1“.
Curiosamente non viene cancellata dal portale occidentale del Broletto la testimonianza della conquista veneta del Peloponneso, con il riferimento alle città di Naupactos (Lepanto) e Neocastro (Navarino, l’odierna Pylos) e dell’ampliamento dei confini dalmati. Forse per ironizzare sulla presunta gloria veneta, visto che il dominio della penisola greca durò solo una trentina d’anni a cavallo tra Seicento e Settecento, oppure per dimostrare che in qualche modo la Serenissima era stata subacta dai rivoluzionari bresciani. Ma sto probabilmente fantasticando.

Il portale che dà su Piazza Paolo VI. Sono rimaste incise le parole NAVPACTO NEOCASTRO EXPVGNATIS, PELOPONESSO SVBACTA, DALMATIAE FINIBVS AMPLIATIS.
Per saperne di più:
1 Marchioli, N., 2008. Cancellare il ricordo: la damnatio memoriae nelle iscrizioni medievali tra formule e scalpellature. In: Condannare all’oblio. Pratiche della damnatio memoriae nel Medioevo (Atti del convegno). Palazzo dei Capitani, Ascoli Piceno, 27-29 novembre 2008.
Ed ecco un altro film girato a Brescia nell’aprile del 1973, una decina di anni dopo Il Magnifico Cornuto. Si tratta di La polizia sta a guardare, film poliziottesco diretto da Roberto Infascelli e interpretato tra gli altri da Enrico Maria Salerno. La colonna sonora è del grande Stelvio Cipriani.
Inserisco qui la scena di apertura, un “tour” – non proprio topograficamente corretto – dal Broletto alla Stazione nella grigia Brescia degli anni ’70. Sapreste riconoscere tutte le vie?






